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AURE

"Nella liquidità con cui le immagini scorrono, nitide e purgate della patina del ricordo, ricorrono formule di pathos di un teatrodanza d'espressione e neoespressionista (affecten alla Dore Hoyer), capelli come panneggi autosignificanti e materia informe, à la Bausch, foriera di polveri profumate che ovattano di pulviscolo una texture tersa; ma anche manichini animati di carne fredda ridestata dai fremiti della rimembranza notturna, quasi una citazione dei manichini neobarocchi di Jiri Kylián in Bella figura"
Silvia Mei, La Biennale Channel

"La cura stilistica è inappuntabile, i tre interpreti sono bravissimi […] Lo spettacolo di Alessandro Serra è apparso così maturo e raffinato da indurre a chiedersi come possano le nostre istituzioni teatrali non accorgersi di simili talenti."
Renato Palazzi, Il sole 24 ore

"Qui i ceselli, la perfezione da sempre ricercata nel lavoro di Serra entrano come coltello nel burro, di sezioni delicate, di gesti accattivanti ma mai inutili, creando un mondo (come in "Beckett Box", come nel "Trattato dei manichini") sospeso ma che sarebbe impossibile ed iniquo definire di fantasia o mettere nella categoria dell'invenzione. Potremmo azzardare che ci mostri quello che è accanto a noi, l'intangibile, il volatile, tutto quello che, impalpabile, dà sostanza alle cose, pur non avendola"
Tommaso Chimenti, Corriere Nazionale

"Straordinaria la resa drammatica, affidata a un linguaggio corporeo in equilibrio fra il teatro e la danza, che in letteratura avrebbe il battito della poesia, non il respiro della prosa. […] Un allestimento di rara purezza, essenziale e potente, che conferma la cifra stilistica propria di questo ensemble"
Alessandra Agosti, Il Giornale di Vicenza

"Ma l'autentica scena-clou è quella in cui la signora si appoggia a un tavolo, e il suo abito bianco lo ricopre tutto trasformandola in una mitica creatura, metà donna, metà arredo domestico. Quando si muove, emette sinistri scricchiolii legnosi. Quando cerca di spostarsi, l'abito si tende, si apre, e il suo corpo nudo scivola fuori come una crisalide uscita dal bozzolo. Penso che questa immagine basti a rendere l'idea dell'alta qualità poetica espressa dal lavoro"
Renato Palazzi, MYWORD

"In questo ultimo capitolo, Serra dimostra ancora una volta di possedere una eccezionale abilità di plasmare la luce, al punto da farla divenire l'elemento in grado di conferire agli attori/danzatori una matericità straniante e che richiama alla mente i "corpi di vetro" delle allucinazioni del Solaris tarkovskijano"
Giulia Tirelli, Il tamburo di Kattrin

"Tra un chiaroscuro di un vivace dinamismo, come un carboncino sulla carta, tre porte si aprono, nascondono, contengono: pieni e vuoti, figure che emanano eleganza e raffinatezza, precarie negli affetti e sospese tra un desiderio di fuga e nostalgia"
Rita Borga, Krapp's last post

"È un magnifico gioco registico e drammaturgico – visuale , reso con abile maestria da Alessandro Serra, coadiuvato dalla bravura interpretativa spinta fino all'immedesimazione che collima con la perfezione, dei tre performer"
Roberto Rinaldi, Rumorscena

"Lo spazio scenico è invaso da una suggestione pittorica che rende la riconoscibilità della compagnia, quell'atmosfera di eleganza stilistica che traccia linee spesse e di colore denso"
Simone Nebbia, Teatro e Critica

"Nel lavoro di Teatropersona si possono riconoscere i grandi maestri, Mejerchol'd, Kantor, Grotowski, il teatro noh e tanti altri, troppi per essere tutti citati, comprese le influenze cinematografiche. Tutti assimilati in un lavoro dalla straordinaria energia, cultura del corpo e pulizia dei movimenti. Con momenti che toccano il sublime"
Giampiero Raganelli, Teatroteatro

"L'ombra, che signoreggia sul palcoscenico, nasconde colpi di scena e stimola l'immaginazione. L'illuminazione è portata invece dagli attori, che con questa giocano a nascondere o rivelare immagini o, ancora, a crearne di nuove. Sono i loro movimenti a far luce"
Paola Pelegalli, pensieri di Cartapesta

"A U R E è uno spettacolo silenzioso, godibile come si fosse di fronte ad un vecchio film muto, capace oggi come allora di esplorare i sentieri della memoria e del sentimento. La voce davvero sarebbe stata superflua, quando a raccontare c'è tutto il resto. Alessandro Serra centra l'obiettivo e riporta in luce il tessuto virtuoso della penna di Proust"
Elisa Suplina, Labcreativity

"Come se il «fiume placido di parole» della «Recherche» (così sempre nel programma di sala) fosse ridotto all'essenzialità, a una matassa primordiale e, appunto, indefinita: all'immagine indistinta della memoria e del tempo. Memoria e tempo, ovviamente, i due grandi temi proustiani, resi qui attraverso la totale mancanza di parola, attraverso una drammaturgia fatta di gesto, danza e musica"
Alessandro Cadoni, La Nuova Sardegna

"Autore di questo spettacolo dal titolo così evocativo, come volendo la scena ospitare ombre, fantasmi, emanazioni luminose di persone assenti, è Alessandro Serra che firma regia, drammaturgia, scena, luci e suoni, tutto in un equilibrio di grande intelligenza e rigore. Non ci sono parole, ma si avverte a tratti l'avvio di una storia, che però poi si scioglie in altro, qualcosa di evanescente, indefinito. E i ricordi paiono scricchiolare: così le giunture di alcune di queste figure che entrano ed escono dalle porte come attraverso varchi misteriosi, nel buio ammalianti apparizioni del subconscio"
Valeria Ottolenghi, Eolo

"Scanditi da rintocchi di pianoforte e trasportati da folate di violini, le danzanti movenze e gli slittamenti di tre mute presenze si piegano docili a liberare abbracci e tocchi soavi, tornendo inarcamenti di corpi e intrichi di braccia che si contorcono e lavorano per esprimere l'affanno di tensioni dischiuse verso "una corrispondenza di amorosi sensi" che dia pace ai volteggi inquieti dell'anima, irrorandoli di luminescenti tracce d'energia sorta dall'innesco vitale conferito da tali intensità"
Damiano Pignedoli, Dramma.it

Un modo per descrivere Aure, della compagnia Teatropersona di Arezzo, è riuscire a essere poetici come è lo spettacolo. La poetica del linguaggio muto, del gesto, la parola non scritta, la partitura tra danza e corporeo, il movimento lento, l’oggetto drammatizzato, il personaggio reso grazie al suo esprimersi senza fiatare. La poetica del bianco e nero, della luce soffusa, del buio appena schiarito.
Emilio Nigro

Le scene scivolano via nitide lasciando emergere i ricordi in maniera netta e non sbiadita, grazie a un’attenzione certosina del regista al minimo dettaglio. Il tutto si tramuta in una dimensione più prossima al reale che utopica. Il linguaggio tagliato, rinunciando alle parole, è presente con forza nel movimenti del corpo degli interpreti (Chiara Michelini, Francesco Pennacchia e Daria Menichetti) che con indubbia qualità e sicurezza curano l’occupazione dello spazio scenico.
Marco Zuccaccia


AURE